Sindaci anche baroni a Città di Castello e Monte Ruperto

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La vicenda del borgo marchigiano, territorio ‘exclave’

   

C’è un Comune – Città di Castello, in Umbria – dove il sindaco vanta anche il titolo di barone a tempo determinato, quindi per la durata del mandato il primo cittadino si fregia anche di un un titolo nobiliare simbolico: questo originale connubio “istituzionale-nobiliare” nasce dal fatto che il Comune di Città di Castello – che ne dà notizia – è titolare di una piccola porzione di territorio, Monte Ruperto, che ricade nelle Marche, definita “exclave” (aree territoriali appartenenti a una regione che però si trovano all’interno di un’altra).
La particolarità di questa vicenda si perde nella notte dei tempi, quando una sperduta baronia in un remoto luogo dell’Appennino – oggi disabitato – cedette il titolo nobiliare al gonfaloniere di Città di Castello, tramandato ai sindaci che oggi si susseguono.

Si narra che una grande carestia dovuta ad incredibili nevicate colpì il Baronato di Monte Ruperto nel 13/o secolo e che nessuna delle vicine città inviò aiuti in soccorso della piccola comunità.
Dalla relativamente lontana – per i mezzi e le strade dell’epoca – Città di Castello arrivò il cibo necessario a far sopravvivere la piccola comunità.

Si dice che il barone, privo di eredi, cedette il piccolo territorio a Città di Castello come segno di gratitudine. La traccia del passaggio sotto il dominio tifernate è datata 25 giugno 1256. È storia documentata poi da un atto pubblico che nel 1274 gli abitanti di Monte Ruperto godessero di agevolazioni fiscali al punto da pagare solo “cinque soldi per focolare per casa da versare il 27 agosto di ogni anno”. Ed oggi ricorrono i 750 anni da quell’evento.
Altra verità storica è che in quegli anni vi era la rivalità, spesso sfociata in guerra, tra guelfi e ghibellini. Si racconta, e qui affrontiamo la seconda storia, che il baronato di Monte Ruperto, essendo in contrasto con le città limitrofe di Apecchio e Sant’Angelo in Vado, abbia chiesto e ottenuto protezione da Città di Castello. Entrambe le storie hanno fondamenti di verità che le rendono plausibili. È probabile che quando Monte Ruperto si unì alla città umbra non si trattasse dell’annessione di un’isola amministrativa, ma fosse in continuità fisica, politica e geografica con il territorio tifernate.
Nel 1413 gli Ubaldini, signori delle zone limitrofe a Monte Ruperto, si sottomisero ai Montefeltro e di lì a poco tutti i loro territori passarono alle dipendenze di Urbino. Esattamente in quel momento la baronia divenne un’exclave di Città di Castello nel futuro Ducato di Montefeltro. I destini della piccola comunità seguirono quelli di Città di Castello con l’ingresso a cavallo tra 1860 e 1861 nel Regno d’Italia.
La “baronia” ha un’estensione di meno di tre chilometri quadrati e nessun abitante. L’ultima famiglia lasciò Monte Ruperto fu agli inizi degli anni ’70.
Oggi a Città di Castello su iniziativa del Comune, si è celebrata una giornata di studi, “La Baronia di Monte Ruperto.
Origini e vicende storiche dell’enclave Umbra nel territorio delle Marche”, per riportare in auge quelle vicende storiche ricche di fascino e suggestione, nella sala consiliare alla presenza anche dell’attuale “sindaco-barone” di Città di Castello. Luca Secondi.