Agricoltura, la resistenza degli abitanti contro l’invasione dei noccioli

174

Presentata la ricerca condotta nelle regioni Umbria, Toscana, Lazio dal professor Koensler

   

– Comprendere il rapporto tra città e campagna, come si è trasformato, anche alla luce del post covid e della crisi climatica, e come gli attuali assetti produttivi debbano essere ripensati orientando le politiche pubbliche verso la transizione agroecologica e alimentare. È stato questo il filo conduttore della due giorni, che si è tenuta a Palazzo Stocchi, a Perugia, da giovedì 7 a venerdì 8 marzo, dal tema “Illegale, informale, istituzionale. Neoruralismo e campagne globali”. Il convegno multimodale, promosso dalla Fondazione Alessandro e Tullio Seppilli e dal dipartimento di Filosofia, scienze sociali, umane e della formazione (Fissuf) dell’Università degli studi di Perugia, ha visto confrontarsi antropologi di fama nazionale e non solo. Tra i relatori di rilievo anche Michael Herzfeld dell’Università di Harvard, uno degli antropologi contemporanei più noti, che ha parlato del suo libro “Subversive archaism”, frutto di ricerche sul campo con contadini, pastori e abitanti delle baraccopoli in Grecia e Tailandia.

La presidente della Fondazione Seppilli Cristina Papa, ha spiegato, invece, l’obiettivo dell’iniziativa, a partire dal titolo: “Con il termine neoruralismo si vuole mettere in evidenza la sempre più ampia connessione tra città e campagna, anche per una maggiore  attenzione alla ruralità, rivolta sia all’abitare la campagna che a coltivarla. Mentre con l’espressione campagna globale si vuole sottolineare come la campagna non sia più un luogo lontano dal mondo, ma nella campagna ci sono molte connessioni con la società globale, per esempio, a livello della comunicazione, del turismo, della presenza di una popolazione multietnica. Quindi le campagne non sono realtà marginali, ma sono dentro la globalizzazione, come anche le vite di tutti noi”. Un’occasione, dunque, di confronto, utile anche per dare voce a quelle nuove esperienze del mondo agricolo non allineate con il modello agroindustriale: “Ma che sono in parte informali, in parte oppositive e in parte ‘sovversive’ – ha concluso la professoressa Papa –, anticipazioni di un nuovo orizzonte, quello della transizione agroecologica e alimentare, che ci chiede anche l’Unione europea, fondata su un’agricoltura più sostenibile”.

Durante la due giorni, il professor Alexander Koensler, docente del Fissuf, e coordinatore dell’unità di Perugia del progetto di rilevanza nazionale “Rethinking urban-rural relations for a sustainable future”, ha presentato il documentario “Il confine. Resistere alle monoculture in Italia centrale”. La ricerca sul campo è stata realizzata nelle regioni Umbria, Lazio e Toscana dove vi è un’estesa coltivazione del nocciolo. “Abbiamo documentato il fenomeno dell’estensione della monocoltura nell’Italia centrale in questa area di confine – ha raccontato Koensler –, caratterizzata da una grande biodiversità, minacciata però dall’estensione di nuove monoculture, come quella dei noccioli, in passato presenti soprattutto in Turchia o in Siria, e che vengono coltivati con un modello di agricoltura industriale dannoso per l’ambiente e le comunità locali”. Un’invasione che viene combattuta dagli abitanti del posto: “Cercando di preservare la biodiversità resistente – spiega ancora il docente in Discipline demoetnoantropologiche –, promuovendo altre forme di agricoltura e mettendo in campo reti solidali di cooperazione. Gli elementi essenziali riscontrati sono da un lato il conflitto, su come gestire e pensare la terra, e dall’altro la grande vivacità delle reti di queste piccole aziende che si oppongono e riescono a creare forme alternative di coltura e di socialità in campagna”.

Ai vari dibattiti hanno partecipato gli antropologi Filippo Zerilli dell’Università di Cagliari, Stefano Boni dell’Università di Modena, Fabio Dei dell’Università di Pisa, Dario Nardini dell’Università di Siena, Giacomo Pozzi dello Iulm di Milano, Pietro Meloni, Giovanni Pizza e Daniele Parbuono dell’ateneo perugino, e il geografo Carlo Pongetti dell’Università di Macerata.