Giù le mani dagli artisti di strada, l’altra anima di Umbria Jazz

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Il piccolo Arturo Cucciola (foto pubblicata dietro autorizzazione dei genitori)
 

Giù le mani dagli artisti di strada, l’altra anima di Umbria Jazz. Da Arturo (sei anni ad agosto) ai cosiddetti “buskers” più o meno improvvisati, la storia di chi per passione affolla con i propri strumenti le vie di Perugia tra ordinanze e limitazioni

di Francesco Bircolotti

Arturo Cucciolla farà sei anni ad agosto e in un’assolata domenica di luglio come fosse uno dei regali del prossimo compleanno “costringe” mamma Claudia e papà Luca a caricare lo strumento preferito in auto ed andare in centro ad umbria Jazz.

Cosa non facilissima, in verità, perché trattasi di una batteria in piena regola, ovviamente composita ed ingombrante, che alla fine viene posizionata in piazza dell Repubblica, di fronte al cinema Pavone. E giù a suonare stupefacendo il pubblico: immaginate un bimbo che dimostra di poter tenere testa ad un Tullio De Piscopo qualsiasi facendo roteare le bacchette quasi da veterano e costruendo melodie per nulla improvvisate. Perugia ed Umbria Jazz sono anche questo: gli artisti di strada, a prescindere dall’età, dallo strumento suonato, dalle motivazioni.

“Arturo suona da quando aveva tre anni”, spiegano orgogliosi i genitori, mostrando il telefonino con il ricordo di Facebook di una prima esibizione ad Umbria Jazz in Corso Vannucci insieme ai Pro Locos, altro gruppo di strada che anche oggi sta suonando un centinaio di metri più in là. “Siamo originari di Bari ma viviamo a Perugia e proprio qui dalle pentole e i coperchi suonati da piccolissimo in cucina dallo scorso dicembre è passato alla scuola di Diego Petrini, il batterista del gruppo Il Bacio della Medusa”. Un futuro assicurato per il re indiscusso (per il fatto di essere il più giovane) della musica nelle piazze della kermesse jazzistica perugina. Grazie all’immensa passione e a doti innate. Proprio quelle che caratterizzano, ognuno nel proprio genere, le centinaia di “buskers” (così sono definiti gli artisti di strada) che si alternano in questi dieci giorni per l’“altra Umbria Jazz”.

C’è chi lo fa per mettersi in mostra e chi per semplice passione. Quasi mai per soldi, perché anche se qualcuno sostiene malignamente che possano tirare su perfino 200 euro al giorno, se sbirci quelle custodie degli strumenti messe in terra a mo’ di salvadanaio, il più delle volte ci trovi dentro al massimo un paio di banconote e mezza saccocciata di spicci. A meno che chi suona non sia un po’ organizzato e vanti una piccola produzione musicale tanto da vendere i propri cd (dai 5 ai 10 euro). Tutto bello, tutto genuino e in linea con la manifestazione perché il jazz è per eccellenza il genere improvvisazione.

Il gruppo dei Pro Locos

Solo che nell’edizione 2019 esibirsi a Perugia è più duradi sempre. “Colpa” di un’ordinanza (la n. 720, “temutissima” anche da gestori e proprietari di bar e ristoranti del centro storico che non possono sforare nemmeno di un centimetro l’area concessa per tavoli e sedie all’aperto) che il sindaco Romizi ha firmato il 4 luglio, prevedendo testualmente “il divieto di occupare suolo pubblico con impianti di amplificazione, con la rimozione degli impianti abusivi”, sulla base del fatto che “possono creare intralcio alla circolazione pedonale nei momenti di afflusso”. Un’ordinanza che se poi si sposa con il consolidato Regolamento di Polizia Municipale del Comune di Perugia diventa un’autentica scure, perché “in teoria l’artista – spiega un vigile al Corpo di Guardia di Corso Vannucci – può occupare solo un metro quadro e per non più di due ore, dovendo spostarsi poi di almeno 500 metri”.

I Trainrider

In teoria, appunto. Perché poi la realtà è diversa. Così, buon senso alla mano, i controlli sono molto blandi a meno che non ci siano fattori particolari di disturbo. Certo, non tutti i “buskers” sono a conoscenza della normativa, altri a sentirli hanno le idee un po’ confuse e metabolizzano la propria versione; poi c’è chi è più informato e si attiene scrupolosamente alle regole o preferisce non correre rischi, magari non andando oltre le 20, massimo le 21 (fascia oraria in cui in queste sere si è di colpo svuotato soprattutto Corso Vannucci) oppure “rifugiandosi” dentro la Rocca Paolina. E’ il caso dei Trainrider, un trio vestito alla hippie che fa musica rock e blues da tre anni. “Qui, specie chi non ha l’amplificatore (per tutti vale quello a batterie, essendo vietati cavi da collegare alla corrente elettrica di qualche esercizio commerciale, n.d.r.) può far sentire e gustare meglio ai passanti i propri suoni e il proprio stile”, spiega Jason Evers Johnson, una specie di “santone” originario della Georgia (USA) ma da 15 anni a Perugia e un grande grifo tatuato sul polso sinistro in onore del figlio nato qui. Lui canta e suona l’armonica e insieme a Paolo Pugliese di Napoli e Pino Maiuli di Enna (fresco laureato in Medicina) hanno già all’attivo un EP con cinque tracce e ne stanno masterizzando altre otto.

Lucio Levoratti

Una filosofia di vita, ma anche il desiderio di esserci hanno spinto invece ad arrivare a Perugia, per la prima volta, Lucio Levoratti, argentino di Buenos Aires, un carico di simpatia e un sax che incanta. “Prima d’ora avevo visto Umbria Jazz solo su Youtube e ora che sono venuto a trovare mia sorella che lavora a Rimini ho pensato di venire a suonare qui. Perugia è una città fantastica… “mira aquì”” e indica la maestosità delle volte della via principale della Rocca Paolina, prima dell’ultimo tratto verso piazza Italia. Come dargli torto? “Ho 43 anni, suono da 20 vari generi: jazz, bossanova, funk. In questi giorni mi ospitano alcuni amici dell’Uruguay che abitano qua, ma vorrei fermarmi più a lungo, se il pubblico apprezza”.

Franco Paolella

Sì, certo che il pubblico apprezza. Chiedere a Franco Paolella, posizionato all’angolo tra Corso Vannucci e via Mazzini. Ha 65 anni e arriva dalla vicina San Giovanni Valdarno. Gira da tre anni l’Italia con il suo camper, raggiunge i centri storici in bicicletta e non abbandona mai la propria chitarra elettrica: “Questo è il mio lavoro: ora mi faccio il primo weekend di Umbria Jazz e poi me ne vado a Camaiore. Sì, vivo grazie alla musica, perché ho una piccola pensione e se sono fortunato in strada arrotondo un po’. Devo dire che gli stranieri sono molto più generosi, loro sì che le banconote le mettono lì dentro…”. Già, ma d’inverno? “Mi chiamano i locali di Toscana e Liguria: serate, feste private, tutto quello che si può fare. E va bene così”.

Come detto, nelle strade di Umbria Jazz si suona di tutto. Perfino una cornamusa scozzese. L’interpretazione melodiosa, carico di fascino, è di Lars Laenen, trentenne olandese di Maastricht. Non parla italiano e anche l’inglese è stentato, ma la faccia da ragazzino lascia trapelare che è felice come un bimbo. Mostra con orgoglio il kilt e i relativi accessori, una cornamusa piccola e una più grande col suono più potente. Fa solo capire che come tanti anche lui resterà fino alla fine del festival. Non resta allora che cercare i “buskers” in strada, l’altra faccia di Umbria Jazz.

Lars Laenen