Quando noi “alternativi” portammo Woodstock ad Umbria Jazz

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Con il fotografo bolognese Enrico Scuro viaggio nel movimento “ribelle” che invase piazze, strade e parchi di Perugia negli anni’70. Creando non pochi problemi

di Francesco Bircolotti

La prima immagine: un tappeto di corpi da scavalcare per attraversare Corso Vannucci fino a Piazza Italia. La seconda: i campeggi improvvisati nei parchi e i bivacchi nelle aiuole. La terza: le cariche della polizia nei pressi dei Giardini Carducci o in Piazza IV Novembre per tenere a bada chi tra quei giovani andava oltre le righe mentre cercava la libertà.

Perugia, seconda metà degli anni ’70 (quelli di piombo e delle rivendicazioni studentesche e giovanili in primis), Umbria Jazz: sono solo alcuni dei mille flash che potrebbero tornare alla memoria di quanti, all’epoca bambini o adulti, cittadini, turisti o appassionati di musica, si trovarono a vivere le prime edizioni di una kermesse che a quei tempi creò anche non pochi problemi di ordine pubblico mentre oggi, all’opposto, appare talvolta anche troppo compassata. Son cambiati i tempi e la società, chiaro; eppure i ricordi di un’epoca storica particolarmente “agitata” sono e resteranno sempre un patrimonio.

Della manifestazione, della città e dei perugini, che appellavano quei ragazzi vestiti in modo strano (quando non erano nudi) come “saccopelisti” o “capelloni”.

Un patrimonio inestimanbile nella memoria di molti e soprattutto negli archivi di Enrico Scuro, definito da tutti il fotografo del “movimento alternativo” di quegli anni con la particolarità (unico in Italia) di aver “messo a fuoco” non da fuori ma dall’interno di quei giorni e di quegli happening bollenti. Come bollente e capace di catapultare chi scrive (e si spera anche il lettore) in un’epoca che appare lontana anni luce è la telefonata-intervista di un’ora e mezzo con Enrico quando la “prima” dell’Arena Santa Giuliana targata Britti-Gazzé è ormai alle spalle.

La Polizia si fa largo tra i ragazzi alternativi in Piazza IV Novembre

Scuro, si perdoni la battuta, ha ricordi molto chiari. Nitidi:

“Certo che ero lì – attacca con voce roca, ma dal tono crescente di chi sa di essere detentore di un qualcosa di importante – e ricordo ogni dettaglio. Certo, le centinaia di foto che ho scattato aiutano, ma credo che oltre alle immagini è con la presenza, gli ideali e uno stile di vita di rottura rispetto al passato che si può raccontare meglio fino ad affermare che abbiamo scritto a modo nostro un pezzo di storia. Non eravamo propriamente Hippy, tanto meno rivoluzionari, perché la rivoluzione la fa gente come Che Guevara; e non eravamo ribelli o quelli che oggi chiamano Black block. Volevamo solo affrancarci da cultura, costume e società anni ’60 che imponevano il quadretto “padre di famiglia-madre casalinga-figli senza diritto di parola ma che prendevano bacchettate sulle mani dai maestri”. Per noi l’importante era l’aggregazione, la libertà di pensiero, di costume e sessuale, niente guerre. In una parola “alternativi”. Io dei “figli dei fiori” ho avuto solo una camicia da ragazzino, ma la mentalità era quella. E la portavamo in giro. Così, dopo Parco Lambro (sede milanese per soli tre anni – dal ’74 al ’76 – del Festival del Proletariato giovanile, n.d.r.) portammo Woodstock anche a Perugia, per Umbria Jazz. Avevo 24 anni ed era l’età giusta per fare quelle cose”.

Ora, per chi non ha vissuto quell’epoca, immaginate cosa può essere stato vedere migliaia di ragazzi (anche diecimila tutti insieme) come quelli descritti dal fotografo bolognese, oggi pensionato 67enne, invadere una città come Perugia, notoriamente un po’ chiusa pur se ospitale.

“Anche se già grande come città, Perugia non era pronta alla nostra invasione, soprattutto a livello concettuale: al di là delle forti contaminazioni di tipo politico, avevamo uno stile di vita libertario, fuori dalle norme pur non avendo grandi esigenze come i giovani di oggi. Ci si arrangiava su tutto: notte in tenda o nel sacco a pelo, docce nelle fontanelle, bisogni negli angoli più nascosti, approvvigionamento di cibo un po’ complicato perché spesso si finiva col prendere le cose dai negozi senza pagare se i prezzi richiesti li ritenevamo eccessivi (che so, un piatto di pasta 350 lire conto le 150 che eravamo disposti a pagare o un panino addirittura 500), in quello che chiamavamo “esproprio proletario”. Noi ci muovevamo in quattro-cinque e poi ci riunivamo a tutti gli altri. Posso però affermare che solo il 5% di quei ragazzi era sbandato. Lo spirito di tutti gli altri era diverso, anche se è chiaro che nei momenti critici l’obiettivo principale era stare in guardia dalle retate della polizia”

Una ragazza disorientata mentre sulle aiuole dei Giardini Carducci si dorme

D’obbligo soddisfare una curiosità: ma i concerti, la musica jazz l’ascoltavate?

“Dipendeva dai gusti di ognuno, ma in generale sì. Personalmente a me il jazz non piace molto, però esserci significava stare insieme, vivere un’esperienza particolarissima. La mattina si pensava a come organizzarsi, diciamo alla sussistenza; poi le grandi chiacchierate su politica, rivendicazioni e sogni mentre si aspettavano i concerti. Infine le esibizioni degli artisti, a volte da applaudire, a volte da contestare. Io però Umbria Jazz la vivevo a modo mio: giravo la città per catturare scorci, immagini e monumenti messi in relazione con quel fiume di gente. Perugia è bellissima e mi interessava immortalare il contrasto tra la staticità dei monumenti e la vitalità di tutta quella gente”.

Il batterista Eddie Gladden improvvisa ai giardinetti tra i giovani del movimento

In mezzo alla quale dovevano convivere i perugini…

“Beh, mi rendo conto di come non fosse facile. Noi vivevamo come fossimo una “mandria” e non ci importava. Certo, molti inorridivano, però ho sempre considerato come i più giovani ci vedessero come un qualcosa di piacevole da scoprire, con cui magari interagire. Ricorderò sempre come una ragazza di Perugia per una notte scappò di casa per venire con noi, a vedere cosa facevamo, ad ascoltare le nostre teorie sulla società”.

Enrico Scuro

Enrico Scuro, che ha studiato al DAMS prima di diventare fotoreporter con collaborazioni con la rivista Linus, l’agenzia di Grazia Neri e il mondo della moda, potrebbe andare avanti per giorni con i suoi racconti, forte anche di una robusta produzione di libri (non solo) fotografici specie sui movimenti giovanili e sulla Bologna dell’epoca (ma in realtà è tarantino di nascita), partecipazioni a decine di mostre e conferenze su quegli anni in qualche modo epici. Però si ferma qua e ci rimanda all’Umbria Jazz di oggi. Quando trovare anche un solo “alternativo” è davvero un’impresa. Se per fortuna o purtroppo fate voi.