Dai palchi principali ai regni delle jam session, viaggio nella Perugia che tira tardi
Piazza IV Novembre gremita all’inverosimile davanti a Serena Brancale, il “concerto tantrico” di un inossidabile Sting, l’addio del Perigeo, le distorsioni dei King Crimson riuniti nell’accattivante versione Beat, il bacio di Jon Batiste a Carlo Pagnotta, la solenne celebrazione del centenario di Miles Davis e John Coltrane, le bacchettate alla società moderna ma anche la dolcezza e l’amore di Laurie Anderson, i virtuosismi elettrici di Christone Ingram e perfino le passeggiate in corso Vannucci di Cindy Crawford, la figlia Kaia Gerber e la sempre affascinante Isabella Rossellini. “Solo” questi piccoli-immensi flash potrebbero bastare per tramandare alla storia una travolgente edizione 53 di Umbria Jazz già andata “oltre”. Ma al di là dei bilanci, apparsi vincenti subito dopo poche ore dal via sia sotto il profilo degli incassi sia per gli aspetti legati alla gestione organizzativa, in vista del rush finale si può tranquillamente affermare che ad essere andato a segno (e sarà così fino al termine) c’è anche tutto un altro mondo, un’altra Umbria Jazz, capace di trainare fiumi di appassionati nel vortice delle sensazioni che questa manifestazione sa regalare ogni volta di più. E’ quel mondo meno visibile, quello delle luci soffuse, quello degli appuntamenti di nicchia, quello delle ore più tarde tendenti all’alba che il festival tutti i giorni riesce a regalare tanto ai più giovani, quanto a chi con qualche anno in più sulle spalle conosce i segreti del periodo più travolgente che si vive in città dal 1973. Con una colonna sonora che non è fatta solo di musica, ma anche di cibo – tanto di strada quanto di classe – e interminabili bevute, di foto da scattare e corse al microevento Vip, di incontri speciali e sorprese ad ogni angolo.

Difficile catalogare le tonnellate di immagini che scorrono quotidianamente davanti agli occhi di un qualsiasi fruitore dela kermesse; difficile scegliere l’ambito migliore. Di sicuro quello più affascinante, lontano dall’Arena Santa Giuliana, comincia appunto ogni sera tra le undici e mezzanotte. Quando il centro storico raggiunge il culmine delle presenze, quando non c’è un tavolino vuoto tra Corso Vannucci e le vie limitrofe e le file per arrivare sotto ai plachi richiedono pazienza e spinte innocue. A quell’ora, la pacatezza degli elitari eventi pomeridiani alla Galleria Nazionale del’Umbria o al Teatro Morlacchi sono ormai un lontano ricordo fino almeno al giorno dopo. E’ da qui che scatta “l’altra Umbria Jazz”. Per una sorta di pellegrinaggio alla rierca della pura essenza del festival, di un viaggio che ha i suoi luoghi piacevolmente obbligati. I Giardini Carducci o il maxi palco davanti al Duomo di San Lorenzo, già prodighi di emozioni durante il giorno, ne fanno ovviamente parte. Ma è altrove che si dirige la corsa a tappe di chi non sa rinunciare alla ricerca di ulteriori brividi, a ritmo di sonorità a mille tinte. La prima di queste tappe, imperdibile per ciò che sa regalare, è la Terrazza del Mercato coperto. Dove la scelta di Eugenio Guarducci (altro “patron” cittadino) e del suo staff di insistere sullo swing nel tardo pomeriggio e affidare i set notturni a dj nazionali (con buona pace di quelli locali, ugualmente bravi ma già noti) è un ulteriore affondo verso il successo di UJ. Dal panorama mozzafiato alla voglia di ballare, dal buon bere allo struscio non necessariamente “stiloso” fino ai vinili o alle piastre manovrate da mani sapienti è tutto un crescendo a favore dei cinque sensi e della restituzione alla città di luogo simbolo delle estati perugine. Un luogo di massa cui fanno da contraltare le location più raccolte, meta imprescindibile di chi è deciso a tirare tardi.
Riemergere in piazza Matteotti quando si spengono le luci della Terrazza costringe i più arditi all’ora delle scelte: ovviamente per la jam session preferita. Va detto che sono passati (e non torneranno purtroppo più) i tempi di Angelino in via Ritorta, del St. Andrews di via della Cupa, del Down Town di piazza Grimana o del Celebrate di via Bontempi. Tutti locali dove confluivano i mostri sacri del Festival per improvvisare concerti pazzeschi a stretto contatto con il pubblico e far vibrare le volte in pietra degli anfratti racchiusi nel cuore dela città vecchia. Però qualcosa di interessante per le nuove generazioni (forse ignare del passato) c’è lo stesso. Chi punta su eleganza e raffinatezza si dirige verso via dei Priori, dove il Secret Garden, messo alle spalle il quotidiano aperitivo musicale in terrazza, apre le porte delle stanze più intime a contatto con l’Hotel dei Priori e punta sulla qualità d musicisti già navigati. L’alternativa, che in realtà sono due una davanti all’altra con via Bartolo a separarle, parla invece di tanti ragazzi che, ognuno con il proprio strumento, provano ad applicare sul campo ciò che affinano durante il giorno nelle lezioni delle Berklee at Umbria Jazz Clinics. Quello che si riesce a sentire all’Osteria Cardinali (ingresso anche da via Ulisse Rocchi) e, dall’altra parte, al Marla tra spazi ristretti e aria ben poco rarefatta, è un qualcosa di unico sotto il profilo della creatività, ma soprattutto un costante inno alla speranza di giovani musicisti che un giorno potranno diventare qualcuno. Solo gli obblighi di legge legati alla chiusura dei locali pongono fine alle jam: ormai si son fatte le tre, ma il popolo di Umbria Jazz, adesso con un’età media molto più bassa, non si arrende e si riversa in strada. Chi non vuole fermarsi in piazza IV Novembre o in piazza Piccinino punta verso via della Viola, sperando di incappare in qualche suono sempre più soffuso, per poi concludere il “cammino” allo Chalet di via Manuali, sotto la Galleria Kennedy. Un paio d’ore e arriverà l’alba: c’è chi se la va a godere sulle scalette di Porta Sole per concludere un viaggio pronto a ricominciare la mattina seguente. Almeno fino a domenica, quando Elvis Costello farà calare il sipario sulla regina di tutte le manifestazioni del cuore verde d’Italia.
Francesco Bircolotti
























